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SCOPRIRE LA CONOSCENZA DI DIO CON UN LINGUAGGIO SEMPLICE
 



II° PARTE

IL COMPIMENTO DELLA STORIA DELLA SALVEZZA


 
 
 
II.4.11 I DUBBI DEI VANGELI: discordanze narrative, doppioni, interro-gativi, singolarità, silenzi inspiegabili
 
I quattro evangelisti si presentano come cronisti impassibili e distaccati. I fatti narrati quasi mai sono accompagnati da un commento di gioia o di dolore, né da un’espressione d’esultanza, neanche di fronte a fatti straordinari, come la nascita del loro Messia o la sua morte. I miracoli più strepitosi sono raccontati senza nessu-na enfasi, con la consueta semplicità e senza il bisogno di esaltarli o abbellirli con l’aggiunta di elementi personali.
Singolarità e diversità narrative sono indubbiamente motivo di perplessità nel lettore contemporaneo abituato a leggere fatti coerenti e notizie controllate. È inspiegabile come gli evangelisti abbiano potuto “macchiare” la loro narrazione con errori materiali ed imprecisioni grossolane, facilmente e sicuramente evitabili.
Frequenti sono i doppioni narrativi all’interno di un singolo vangelo, probabil-mente dovuti all’utilizzo di più fonti riportanti il medesimo racconto o il medesimo fatto.
Le discordanze tra i testi evangelici rappresentano il cavallo di battaglia dei demolitori della storicità dei Vangeli. Qualcuno potrebbe addirittura ipotizzare che gli evangelisti ci hanno fornito quattro differenti versioni sulla vita di Gesù. Per que-sta questione la chiesa primitiva attraversò una gravissima crisi, tanto che verso il 170 d.C. lo scrittore cristiano Taziano tentò di proporre il “Diatesseron”, un testo u-nico dei Vangeli che armonizzava le discordanze imbarazzanti. Numerose, infatti, sono le discordanze e le anomalie riscontrabili nei quattro Vangeli, prevalentemente sul piano storico-narrativo e geografico. Difficile enumerarle tutte. Ne ricordiamo so-lo alcune delle più clamorose:
- secondo l’evangelista Matteo, il ritorno a Nazarèt dopo la nascita di Gesù, sa-rebbe avvenuto al ritorno dalla fuga in Egitto, mentre secondo Luca subito dopo la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme;
- secondo i Sinottici l’attività pubblica di Gesù si svolgerebbe prevalentemente in Galilea, mentre secondo l’evangelista Giovanni in Giudea;
- i Sinottici riferiscono un solo viaggio verso Gerusalemme, Giovanni, invece, ne descrive almeno tre;
- gli interlocutori di Gesù nello stesso racconto capita che siano diversi (i disce-poli, la folla, i Farisei e i capi Ebrei, o ancora ascoltatori increduli etc...);
- l’evangelista Giovanni, quale membro del collegio dei dodici, non riferisce nel suo Vangelo alcuni episodi importanti (come la trasfigurazione, i preparativi della cena pasquale e la preghiera nel Getsèmani), nonostante che, secondo quanto riferito dai Sinottici, egli doveva esserne a conoscenza per aver partecipato in prima persona a quell’evento;
- la data dell’ultima cena è riportata dai sinottici nel giorno della festa di Pa-squa, mentre da Giovanni alla vigilia;
- gli eventi che descrivono il processo istituito contro Gesù presentano diversità sostanziali di particolari fra i quattro evangelisti;
- le apparizioni di Gesù risorto presentano divergenze non solo nei personaggi, ma anche nei luoghi e nel tempo (secondo Matteo appare alle pie donne in Gerusa-lemme nello stesso giorno della risurrezione e, successivamente, in Galilea agli un-dici Apostoli; secondo Marco appare a Gerusalemme nello stesso giorno della risur-rezione a Maria di Màgdala e ai discepoli; secondo Luca appare in Gerusalemme prima ai due discepoli di Emmaus e poi agli undici Apostoli; secondo Giovanni appare in Gerusalemme a Maria di Màgdala e ai discepoli nello stesso giorno della risurrezione, riappare ai soli discepoli otto giorni dopo);
- è singolare che solo gli evangelisti Marco e Luca, che non furono né discepoli né testimoni diretti, descrivano l’ascensione di Gesù in cielo, al contrario degli altri due evangelisti, Matteo e Giovanni i quali, da presunti testimoni oculari, dovevano essere stati presenti a un evento di fondamentale importanza ai fini della fede.
- il vangelo di Marco, ritenuto il più antico, è opera di un autore che non fu né seguace né testimone diretto di Gesù. A rigore di logica doveva essere uno dei disce-poli al seguito di Gesù a scrivere per primo i ricordi sul Maestro.
I Vangeli riportano che tra i discepoli al seguito di Gesù, trasparivano intrighi, gelosie, invidie, incredulità, paure e ottusità. Sono sgridati più volte dallo stesso Maestro per non aver capito il significato profondo del suo insegnamento o averlo distorto. I discepoli sono presentati come coloro che non hanno saputo vegliare nemmeno un’ora con il Maestro durante l’agonia del Getsèmani, e anche come coloro che fuggirono quand’era in pericolo, lasciandolo morire nell’abbandono e nella completa solitudine. I Vangeli, inoltre, mostrano discepoli che predicano con gran fervore, ma che fino all’ultimo si ritengono senza fede sufficiente. Ad esempio l’apostolo Pietro, nominato da Gesù colonna su cui si doveva fondare la Chiesa nascente, è presentato dagli evangelisti come una figura a volte insicura o povera di fede, al punto di fargli rinnegare il suo Maestro per ben tre volte! Di solito un autore sovrasta il personaggio, lo piega a se stesso, lo assoggetta alle proprie intenzioni. Nel caso specifico degli evangelisti Matteo e Giovanni, non solo autori ma anche testimoni oculari, è Gesù che li sovrasta, impegnandoli soltanto nel custodire e tramandare ciò che egli ha effettivamente detto e fatto.
Gesù non ha lasciato nulla di scritto, ma neppure gli evangelisti si sono preoccupati di dare un cenno riguardante il suo aspetto fisico, nulla che poteva interessare la curiosità umana al suo riguardo. Tacciono sulla formazione scolastica di chi è definito come “Maestro”; non riportano alcuna notizia tra la nascita e l’inizio della sua predicazione, ad eccezione di Gesù dodicenne che discute con i dottori della Legge nel Tempio di Gerusalemme.
Silenzi inspiegabili, giacché in tutti i racconti mitologici o d’epopea religiosa gli autori mostrano la costante preoccupazione di descrivere il loro eroe, al fine di conferirgli autorevolezza, credibilità e personalità. Perché poi la morte in croce, pro-prio quella di cui il mondo antico aveva più orrore e disprezzo? Un’assurdità! Scrittori falsari avrebbero certamente evitato di inventare la croce come strumento di morte del Cristo. Uno scandalo per i Cristiani delle origini, che non accettarono di buon grado l’idea che il loro Messia fosse morto proprio in croce, un tipo di esecuzione riservata ai comuni malfattori. Perché poi una morte infamante, resa pubblica nel posto più in vista di Gerusalemme affollata per la Pasqua, mentre il momento della gloriosa risurrezione è celato nel buio e nel segreto di una tomba, svelato solamente alla cerchia ristretta dei discepoli? Per dare conferma e credibilità alla sua missione sarebbe potuto apparire in pubblico a qualcuno dei suoi avversari! Il paradosso continua anche dopo la sua morte. In tutto l’impero romano, gli storici lo ignorano, i documenti del giudaismo, pur senza negare il Gesù storico, lo usano come fonte di scherno e di biasimo e i sapienti disconoscono la sua dottrina.
In definitiva un Gesù lasciato solo, che affidava ingenuamente la sua dottrina in mano a dei rozzi collaboratori, sembrava essere destinato a porre la parola fine a tutto il suo ‘Progetto’, appeso a una croce. Invece, la situazione si capovolge e dopo oltre duemila anni di storia Gesù, ancora oggi, ci appare più vivo di prima. Si hanno quindi buone ragioni per affermare che questo Messia, pur avendo scelto solo appa-rentemente la via per fallire, ci vuole far scoprire che il suo messaggio è veramente fondato su “Principi e Valori Universali”, in grado di dare agli uomini un orientamento al senso della vita. Ed è lo stesso evangelista Matteo ad attestarlo, mettendo in bocca a Gesù le seguenti parole: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Cap. 24, 35).
 
 
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| VOLUME 2 |